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Archive for luglio 2010

Era quasi mezzanotte quando arrivarono a casa di Lupo. Chicca era stravolta dalla stanchezza. Lui era riuscito a convincerla ad andare dai Carabinieri per sporgere denuncia e avevano impiegato due ore per descrivere bene l’accaduto mentre il brigadiere scriveva e il maresciallo faceva domande. Quando finalmente avevano concluso l’operazione e firmato la denuncia, il Maresciallo Guidoni aveva rassicurato Francesca: l’uomo aveva ottenuto ciò che voleva, la borsa scambiata, e non sarebbe più venuto a disturbarla.
«Per sicurezza, comunque, non sarebbe male se lei non restasse sola» aveva aggiunto salutandoli. Non gli erano sfuggite le occhiate tra i due e le mani del ragazzo che cercavano quelle di lei. (altro…)

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La seconda tazza di tè iniziava a fare effetto. Ora le cose avevano preso forma e Lupo si era fatto il quadro completo dell’accaduto. Ma voleva esserne certo; lui era così, andava avanti finché non era ben sicuro di ogni particolare.
«Allora, se ho ben capito, tu stavi aprendo la borsa blu, una di quelle che avevi con te in viaggio. Le altre sono quelle che vedo ancora lì nell’ingresso, no?». Attese il suo cenno di conferma e proseguì: «Mentre aprivi la borsa hai notato un segno bianco, vernice hai detto, e ti sei sorpresa perché il borsone era nuovo e non ricordavi di averlo sporcato. Ok, fino a qui?». Nuovo cenno d’assenso e soddisfazione di Lupo, che riprese subito a parlare: « L’hai aperto e sei rimasta impietrita a fissare maglie e abiti che non erano tuoi. E in quell’istante qualcuno ha suonato il campanello e tu sei andata ad aprire senza chiedere chi era». Lo sguardo di rimprovero fu mitigato dal tocco rassicurante della mano di Lupo su quella di Chicca. (altro…)

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Il mare era nero e denso; lei lottava per non annegare e procedeva annaspando e ingoiando acqua che poi rigettava subito fuori sputando e sussultando. Dalla riva qualcuno chiamava il suo nome, anzi, qualcuno chiamava “Francesca”, e c’era solo una persona che la chiamava così. Aprì gli occhi, li chiuse, poi li strizzò e li riaprì: Lupo la guardava preoccupato e le teneva la mano. La testa le faceva molto male; aprì la bocca per chiedere dov’erano, ma la voce non uscì. Lo guardò, poi mosse gli occhi intorno: era nella sua camera, questo era rassicurante. Ora mi verrà in mente cosa stiamo facendo. Si schiarì la gola e tentò di nuovo di parlare: «… Lupo?… cos’è successo?». Stavolta la voce era uscita. (altro…)

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In quella zona non si trovava mai parcheggio. Lupo rallentò molti metri prima di arrivare sotto al palazzo dove abitava Francesca e proseguì lentamente guardando a destra e a sinistra, poi vide poco più avanti una Fiat scura che si muoveva e accelerò per parcheggiare nel posto che aveva lasciato libero. Che fortuna! Proprio sotto casa! Scese e andò al portone, allungò la mano per suonare e poi la ritrasse – Cosa le dico? E se non vuole vedermi? – e infine allungò di nuovo la mano. (altro…)

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L’uomo con la maglietta blu rimase immobile fino a che l’auto non fu sparita alla vista, poi disse all’amico di fare attenzione alla strada ed entrò nel portone. L’appartamento era al terzo piano e lui salì a piedi. Portava scarpe con la suola in gomma e non faceva nessun rumore. Prese la bandana nera che aveva in tasca e la legò dietro la nuca. Arrivò davanti alla porta e suonò. (altro…)

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Ale era in auto, pronto a partire. Carlotta salì, gli diede un bacio e disse: «Faccio una telefonata velocissima. Aspetta, non mettere in moto». Cercò nella rubrica e cliccò su un nome. Lupo fu sorpreso di sentirla e ancora più sorpreso di sentire la notizia che lei gli diede. Rimase in silenzio e lei dubitò che avesse capito: «Hai sentito cosa ho detto? Chicca è tornata» ripeté.
«Sì, ho sentito. Sono sorpreso, ecco. Quando è tornata?»
«Domenica sera, ma ieri ha dormito tutto il giorno e anche oggi non è che stia benissimo. Anzi, ti ho chiamato perché sono preoccupata. Non volevo lasciarla sola, ma lei ha insistito che uscissi. Mi domandavo se tu…» (altro…)

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La camicia rosa era la sua preferita. Lupo si allacciò ogni bottone con grande attenzione, guardandosi allo specchio, e poi arrotolò le maniche. Era una serata quasi fresca, a conclusione di un giorno che era stato afoso e molto lungo. Gli sembrava di avere fatto tre ore di sport, invece era il suo giorno di riposo e si era limitato a mezz’ora di corsa al parco. Aveva fatto la barba con cura – il che voleva dire che aveva passato il rasoio e ne aveva lasciato un centimetro, per quello che era l’effetto “barba di due giorni” che gli dava l’aria ‘trascurata’ che piaceva molto alle ragazze – e si era pettinato i capelli passandoci le dita in mezzo e scrollandoli. (altro…)

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