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Archive for giugno 2010

«Finalmente a casa. Che giornata!»
Chicca scalciò i sandali e si buttò sul letto di Carlotta. L’amica era davanti allo specchio, con un asciugamano azzurro avvolto intorno al corpo e cercava di mettersi il mascara sulle ciglia. La guardò dallo specchio e disse: «Sei distrutta; sei fuori da stamattina. Hai reso i libri? E dove sei stata finora?»
«Oh… frena. Sembri mia madre» rise lei facendo una linguaccia all’amica. «E tu, che hai fatto? Studiato tutto il giorno? Dai, vieni un po’ qui. O devi uscire subito?»
«No, ho tempo. Ale verrà a prendermi più tardi. Poi mi aiuti tu a truccarmi. Anzi, perché non vieni con noi?» disse Carlotta sdraiandosi di fianco all’amica. (altro…)

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Il telefono suonò a metà di Messico e Nuvole mentre lui cantava in un duetto appassionato con Paolo Conte: “Intorno a lei, intorno a lei una chitarra risuonerà per tanto tempo ancor… è il mio amore per lei che i suoi passi accompagnerà nel bene e nel dolor… questi son sentimenti di contrabbando meglio star qui seduto guardare il cielo davanti a me… Messico e nuvole, la faccia triste dell’America e il vento suona la sua armonica che voglia di piangere ho…”, che era anche la sua parte preferita. Lupo imprecò e tolse l’auricolare; era Marco. (altro…)

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Chicca, gambe stese sul divano di casa Belloni e testa appoggiata su due cuscini dai disegni orientali, teneva gli occhi chiusi. Aveva iniziato a sbadigliare vistosamente subito dopo aver fatto al padre il resoconto completo del viaggio e lui le aveva detto di sdraiarsi sul divano in attesa dell’ora di cena. Ora sentiva arrivare dalla cucina le voci del padre e di Renata e i rumori delle pentole e degli sportelli che si aprivano e chiudevano. Si lasciò cullare da quei “suoni di casa”, come li chiamava lei, e si rilassò del tutto. (altro…)

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La doccia gli aveva ridato energia e gli aveva tolto la stanchezza della corsa, ma non il languore dovuto al viaggio nei ricordi che si era fatto subito dopo. Si sentiva stranito, come se la testa fosse dentro ad un pallone: aveva la sensazione di essere staccato dal corpo e di galleggiare in un mondo parallelo, che lo portava sempre più distante. Si guardò allo specchio; si sentiva diverso dalla persona che poche ore prima aveva fatto la stessa cosa e si era vista in quello stesso specchio. Sto sragionando, ho bisogno di stendermi. Dormire un po’ mi farà bene. Lupo prese l’iPod e si sdraiò sul letto così com’era, in mutande, senza neanche spostare il copriletto blu. (altro…)

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Il caldo era scemato e finalmente si respirava. Forse era anche l’effetto della zona dove abitava il padre, piena di alberi e giardini. Il quartiere, vicino ai Colli, era molto elegante, con abitazioni non troppo grandi, qualche villetta bifamiliare, e piccole palazzine a tre piani con bei giardini. Si sentiva a casa; ora Chicca riconosceva la sua città e le sembrava di essere di nuovo ‘padrona’ dell’ambiente che la circondava. Non era più un’estranea in visita; era come se si fosse riappropriata della sua vita, insieme ai luoghi e alle persone che stava ritrovando. La strada era in salita e Chicca camminava piano, fermandosi davanti a ogni fiore e cespuglio che incontrava. Si chinò per annusare un fiore blu dalla corolla doppia e dai petali che parevano dipinti ad acquerello: aveva un profumo che sembrava un misto di lillà e di fresie. (altro…)

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La donna continuava a leggere il libro: sembrava impenetrabile alle distrazioni del parco e alle urla dei bambini che giocavano. Lupo, seduto di fianco a lei sulla panchina, la sbirciava sorpreso da tanta dedizione: lui non aveva la minima voglia di impegnarsi in nulla. Si alzò di scatto e si mise a correre con lunghe falcate, guardando davanti a sé e fendendo l’aria con impeto. Quando aveva conosciuto Francesca correva tutti i giorni poi, dopo che Manuela se n’era andata, si era lasciato andare e aveva smesso ogni attività fisica. In seguito si era ripromesso di riprendere con la corsa, ma non l’aveva mai fatto. Fece tre giri completi del parco prima di cadere sfinito sulla panchina. La signora bionda alzò finalmente gli occhi, sorpresa dal suo sbuffare, e lo guardò con sospetto. Lui fece finta di non vederla, ma sentiva una punta di soddisfazione per essere riuscito a distoglierla dalla sua lettura. (altro…)

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Quando riuscì ad andarsene erano le quattro del pomeriggio; Chicca uscì dal portone, guardò in fondo alla strada, vide il ventisette che stava arrivando e accelerò il passo per non perderlo. Era così concentrata sull’autobus in arrivo che non vide l’uomo con la maglietta blu; lui buttò a terra la sigaretta appena accesa e si infilò dietro a lei sul bus. Il ventisette era un autobus doppio, di quelli lunghi che hanno in mezzo il soffietto e lo snodo – la zona tonda sul pavimento, divisa dal resto, una specie di grande disco semovente -, necessari per curvare. Non c’era posto a sedere e Chicca si mise proprio lì, in quel punto dove il bus divide la prima parte dalla seconda, una specie di ‘terra di nessuno’ opaca e senza finestrini. Mise il piede a cavallo tra il disco e il resto del pavimento e si lasciò muovere dai movimenti che faceva e che creavano una specie di dondolio anestetizzante. (altro…)

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