“Da quando mangi yogurt?” chiese Chicca, la mano sullo sportello aperto del frigo e il viso rivolto all’interno in una ispezione dei ripiani.
“Da oggi. Ieri ho avuto un impulso improvviso e l’ho comprato” rispose Lupo prendendo fuori le tazze.
“E hai pure quello con i biscottini al cioccolato! È il mio preferito” affermò Chicca prendendo il vasetto dal frigo. “Ho una fame”.
Lupo appoggiò le tazze e i cucchiai sul tavolo, poi le prese le mani e le fece posare il vasetto di yogurt. La tirò vicina e le disse, proprio vicino all’orecchio, come se temesse che qualcuno potesse udirlo: “Magari l’ho comprato pensando a te. Forse il cuore mi diceva che eri tornata. Tu ci credi al sesto senso?”
“Sai che ci credo. Stai tentando di corrompermi“. Chicca si spostò per vederlo bene negli occhi. Il cuore le batteva forte. Si domandò se lui lo potesse sentire. “Dimmi di nuovo quella cosa di stanotte”.
“Quale?” rispose lui fingendo di non capire. Tenerla tra le braccia gli faceva uno strano effetto, quasi come essere su una giostra e girare in tondo. Gli venne in mente un giorno, a Gardaland: Francesca era impazzita per una giostra che lei chiamava “delle tazze”, dove ci si sedeva dentro ad enormi tazze da tè e si girava vorticosamente. Più giravano veloci e più lei rideva. Il calore del suo corpo stava sciogliendo gli ultimi mesi, quelli passati in astinenza di lei.
“Francesca…”
Lei alzò gli occhi, soffiò verso l’alto per spostare i capelli che le cadevano sugli occhi e rimase in attesa.
“Niente. Avevo voglia di dire il tuo nome” rispose lui con un sorriso così tenero che lei dimenticò di colpo tutti i teatri del mondo, anche quelli che non aveva ancora visto.
“Solo tu mi chiami così”. Francesca si accomodò meglio tra le braccia di Lupo e si strinse a lui. Rimasero un po’ così, poi Lupo si staccò: “Metto su il caffè e facciamo colazione. Poi ho bisogno di una doccia” aggiunse guardandosi la camicia rosa.
Lei rise: “Anch’io ho bisogno della doccia, ma prima mangio”. Rimase a guardarlo muoversi nella sua cucina, tra le cose che gli erano familiari. Ora aveva l’aria sicura, i movimenti fluidi e sereni. Intuiva che stava iniziando a sciogliersi. È bello. Quanto gli voglio bene.
Attaccò con decisione lo yogurt, prendendo un cucchiaino colmo e gustandolo con calma, quasi sorbendolo con un vino d’annata. “Questo non c’era là. Molte cose non c’erano”.
Lupo rimase girato verso il lavello: stava mettendo l’acqua nella caffettiera e sembrava molto concentrato. Probabilmente non mi ha neanche sentita, pensò Chicca.
Invece lui aveva sentito. Chissà se tra le cose che mancavano ci sono anche io, pensò. Ma non osò chiederlo.
Marmellata d’arance – 39
3 settembre 2010 di morena fanti


il frammento era molto più lungo e ho preferito dividerlo per la comodità di lettura.